La spontaneità NON è un pregio.

O l’improvvisazione non s’improvvisa.

Quante volte sento persone che dicono che nell’arte dovrebbe esserci “più spontaneità”, o soprattutto quanti artisti alle prime armi si vedono che pensano che le loro opere siano migliori di altre perché “più spontanee”. E’ ora di dire le cose come stanno: la spontaneità non è produrre qualcosa unicamente sotto la pressione dell’istinto e dell’estro del momento, così come l’improvvisazione non è recitare o suonare a caso!

Per intenderci, neanche la funzione RANDOM del computer restituisce esattamente un numero a caso, perché la stessa funzione è figlia di regole, nella fattispecie algoritmi, che ne dirigono e regolamentano gli effetti; allo stesso modo, quando vediamo un jazzista o un attore che fa un’improvvisazione, non si tratta mai di un atto puramente spontaneo, ma è il risultato di una forte conoscenza della materia trattata e di saperla plasmare al momento per creare qualcosa di nuovo. In pratica è come avere una scatola piena di Lego dentro la testa e, allo stesso tempo, diverse variazioni di cosa ci si può costruire: a quel punto l’improvvisazione diventa il saper coniugare le due cose in un tempo brevissimo, da qui la bravura dell’artista.

Ovviamente, quando si parla di quadri e statue il peggio che può succedere è che rimangano sullo scaffale dell’artista o di qualche amatore, ma quando si parla di architettura? Ecco, questo è il motivo per cui geometri, architetti e ingegneri improvvisati, con buona pace delle amministrazioni locali, hanno potuto negli anni produrre tante e tali porcate da riempire le nostre periferie.

Immagine

 Guardiamo per esempio questa immagine: archi, bow window, mezzi archi, architravi, addirittura timpani e oblò, per non parlare dell’uso smodato e inappropriato del colore: arte spontanea? No, pura spazzatura: una cacofonia di archetipi assemblati alla bell’e meglio che, nell’intenzione dell’autore, dovevano avere chissà quale effetto. Eppure qualcuno glieli ha autorizzati e fatti costruire!  

La bellezza deve essere insegnata e deve essere condivisa, soprattutto ai futuri artisti, ma anche a tutti gli altri, perché solo in questo modo possiamo evitare di rattristare ancora di più il nostro panorama artistico-culturale.

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore (Peppino Impastato)“.

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